sabato 29 agosto 2009

La grotta di Attila.


Sopra Cason di Lanza in Comune di Paularo, sul sentiero che porta al passo omonimo, al confine austriaco verso Rattendorf, ci si imbatte in quella che viene chiamata la grotta di Attila. E’ una piccola fenditura nella roccia che un corso d’acqua, poco più che un ruscello, s’è scavato nel calcare nel corso dei secoli. Una delle tante grotte che si incontrarono negli ambienti carsici, ma con un nome che la lega al grande condottiero degli Unni. Come mai? Cosa ha a che fare Attila con l’incantevole altopiano a cavallo tra l’Italia e l’Austria, tra Paularo e Pontebba?
Come si legge nella storia, Attila invase l’Italia nel 452 dopo Cristo, e dopo aver distrutto diverse città del nord, avrebbe distrutto anche Roma se papa Leone non l’avesse fermato al Po. Secondo alcuni ad incutere timore al barbaro sarebbe stato il crocefisso che il papa brandiva, alla stregua di una lancia. I soliti infedeli sostengono che in una mano teneva il crocefisso e nell’altra un bel sacco di monete d’oro con le quali riscattava la città eterna da un nuovo sacco. Ma sono diatribe che interessano gli storici… Ciò che è certo, purtroppo, è che la prima città ad venire distrutta dal nuovo invasore è stata Aquileia, e in qualche modo si collega a questo fatto la leggenda della grotta al passo di Lanza.
Da qui, da questo passo infatti, Attila aveva deciso di iniziare l’invasione dell’Italia, perché aveva saputo che qui era nascosta la spada di Marte che avrebbe garantito la vittoria in tutte le battaglie e chi la portava. Giordane lo storico al quale si deve la gran parte delle notizie sulla vita del condottiero unno, dice che un pastore al pascolo con il suo gregge aveva visto zoppicare una pecora, e non capendo la causa della ferita, aveva seguito le tracce di sangue lasciate dall’animale, trovando alla fine una spada sulla quale la bestia era inciampata brucando l’erba. Aveva quindi recuperato l’arma e l’aveva portata in dono ad Attila. Questi, pensando d’aver trovato la spada di Marte, si convinse di essere stato eletto padrone assoluto del mondo intero.
Non so se sia credibile il racconto d’un pastore che trova per caso una spada magica, e tanto meno so se sia credibile la variante per la quale questo fatto sarebbe avvenuto proprio in Lanza. So invece per certo che qui, sull’altopiano, secondo una antica tradizione orale, ormai dimenticata, Attila ha trovato la famosa lancia che, come si racconta ancora in qualche leggenda friulana, era in grado di “infilzare tante persone in una sola volta”. Era una lancia magica che pareva avesse una prolunga invisibile. Consentiva di trafiggere tanti soldati in un sol colpo, ma anche di perforare la roccia e quindi di demolire edifici. Il nome di Lanza chiaramente derivato da lancia, costituisce una indiretta conferma della tradizione e della leggenda. E quindi si può confermare che proprio qui Attila ha trovato la lancia magica. Con altrettanta certezza si può ritenere che non ha trovato la spada di Marte, tant’è che non è diventato proprio invincibile.
Secondo una ricostruzione che, non senza fatica e dopo estenuanti ricerche, sono riuscito in qualche modo a mettere assieme, pare accertato che le cose siano andate più o meno in questo modo. ..
Risulterebbe infatti che nella notte dei tempi un essere magico, venuto forse da un altro pianeta, abbia forgiato per i Guriùs che lavoravano quassù per estrarre il ferro dalle miniere, due armi straordinarie, una spada ed una lancia capaci di rendere invincibile chi le usava. Ma i Guriùs erano pacifici, credevano nell’arma della desistenza piuttosto che in quella dell’offesa e non sapevano cosa farsi di armi da guerra. Non volendo tuttavia che le armi di distruzione venissero usate da altri, tennero consiglio per decidere che cosa farne. Prevalse il suggerimento del Druido che consigliò di purificarle, perché il loro maleficio non si diffondesse nel mondo e poi di nasconderle perché nessuno potesse utilizzarle. Si trovò quindi una soluzione intelligente per purificarle e nasconderle allo stesso tempo.
Sull’attuale confine italo austriaco, proprio a ridosso della crinale che costringe le gocce di pioggia a separarsi per prendere delle strade assolutamente diverse: le une a scendere nell’Adriatico le altre invece attraverso il Danubio a finire nel Mar Nero, c’era (e c’è ancora!) una sorta di piccolo anfiteatro naturale, all’interno del quale affiora una polla d’acqua. Era una sorgente sacra per i Gurius, credevano infatti avesse il potere di riportare in pace l’animo di chi la beveva. Il Druido propose di immergervi le armi, e poi di coprire il tutto. L’acqua della pace avrebbe vinto per sempre la carica distruttiva delle armi. I Gurius rinunciavano alla loro pace per portare la pace nel mondo!...
Con una grande cerimonia alla quale partecipò tutto il popolo del Gurius, una notte di luna piena, di fronte al monte Zermula che brillava come fosse d’alabastro, deposero la spada e la lancia nella sorgente e poi, di giorno in giorno, le coprirono con tutto il materiale di risulta che andavano estraendo dalle miniere.
Quando abbandonarono l’altopiano, perché non c’era più ferro da estrarre, al posto dell’anfiteatro naturale, c’era una enorme montagna artificiale fatta con i sassi che avevano estratto. E sotto al grande cumulo c’erano le armi magiche… Il fatto avrebbe dovuto restare un segreto di quelli che si perdono nel fiume del tempo, con la morte dell’ultimo Guriut. Ma, come diceva anche mio nonno, i segreti sono come l’odore della polenta, per quanto tu chiuda imposte e finestre, si diffonde all’esterno, e tutti sanno che in casa si mangia polenta. Allo stesso modo in tutta l’Europa si diffuse la leggenda delle armi magiche dei Guriuts, nascoste sui piani di Lanza. Tuttavia malgrado le continue ricerche nei secoli successivi, nessuno era riuscito a trovarle e neppure si riusciva ad immaginare il luogo ove potevano essere nascoste.
La notizia arrivò anche ad Attila, che avendo deciso di invadere l’Italia colse l’occasione per entrare proprio dal passo di Lanza, alla ricerca delle armi magiche che l’avrebbero reso invincibile.
“Se ci sono queste armi, io le troverò!” diceva ai suoi salendo al passo dalla valle del Gail. “Se i folletti sono stati tanto furbi nel nasconderle, io sarò più furbo di loro nel ritrovarle.” In effetti quando, appena superato il passo, si vide davanti un enorme montagna che pareva sorta dal terreno circostante per effetto d’un vulcano, intuì al volo che proprio quello era il colpo di furbizia dei Guriuts.
“Qui non ci sono vulcani!” disse ai suoi. “E’ evidente che questa è una montagna artificiale. Scavatela. E, se non si tratta di una favola, ritroveremo le armi magiche!...”
Diede quindi l’ordine, a tutti i soldati del suo immenso esercito, di riempire gli elmi con i piccoli sassi che avevano scaricato i Guriuts. L’esercito prese ad avanzare come una fiumana che scendeva sui prati di Val Dolce per poi risalire al passo di Zermula e ridiscendere nella valle di Incarojo, passando per il cimitero celtico di Minsincinis. Man mano che l’esercito avanzava, la montagna dei Giurius, diminuiva. Era come se fosse fatta di neve e si stesse sciogliendo al sole di primavera. Erano così numerosi i soldati dell’esercito, che in breve tempo riapparve l’anfiteatro e la fonte sacra dove i Guriuts avevano deposto le armi. Agli ultimi passaggi, Attila volle assistere di persona. Era sicuro che si sarebbero state ritrovate le armi, e non voleva perdere il momento nel quale sarebbero riapparse…
In effetti, come si può vedere anche adesso, riemerse una sorgente, dalla quale aveva origine un piccolo ruscello che, dopo un percorso di pochi metri, si inabissava in una caverna. Dall’acqua della fonte, emerse la lancia là dove era stata deposta dal Druido dei Guriuts, ma della spada che avrebbe garantito l’invincibilità a chi la portava, non si trovò traccia. O meglio, si capiva benissimo che l’acqua miracolosa della pace, l’aveva sciolta. Si vedevano distintamente le tracce di ferro lasciate nella sorgente è nel ruscello che spariva nella grotta. Attila ordinò al suo scudiero nano di entrare nella grotta alla ricerca della spada. Ma questi ritornò dopo poco tempo raccontando che la grotta faceva un gomito, ma poi si interrompeva subito dopo pochi metri, e l’acqua si perdeva nella roccia per scendere chissà dove…
Per la rabbia il feroce condottiero uccise il nano trafiggendolo con la lancia che aveva appena impugnato. Ma la morte del nano non fece sbollire la delusione per non aver ritrovato la spada, che l’avrebbe reso invincibile. Si può immaginare quali imprecazioni abbia rivolto ai Gurius che avevano distrutto per sempre la spada dell’invincibilità…
Scese comunque in Friuli con il grosso del suo esercito, per dare man forte all’avanguardia che aveva mandato in avanscoperta e che già da alcuni mesi stava tentando inutilmente di espugnare Aquileia.
“Ma cosa devono fare i soldati dei sassi che hanno raccolto negli elmi?” gli chiesero i generali quando furono nella pianura friulana.
“Rifacciamo in pianura la collina che nascondeva la mia lancia,” rispose. “Voglio salirvi in cima, per contemplare da lassù l’incendio di Aquileia, la prima di tante città italiano che andremo a saccheggiare”. E indicò un luogo nella piana tra i torrenti Cormor e Torre che volle si chiamasse con il nome di U-Din. Era il nome dello scudiero che aveva appena ucciso. Pentendosi d’aver ucciso in un momento d’ira il nano che gli aveva allietato tante serate inventandosi le leggende più fantasiose, voleva che restasse perenne il suo nome. Un nome che avrebbe ricordato nei secoli che l’ira ricade a danno di chi l’alimenta. Il povero nano non aveva avuto altra colpa se non quella di non aver ritrovato una spada che non si poteva trovare perché s’era sciolta nell’acqua della sorgente della pace.
Mentre il grosso dell’esercito, passando nel luogo indicato, prese a dar forma alla collina artificiale, Attila raggiunse l’esercito appostato attorno ad Aquileia. Si pose subito alla testa ordinando un nuovo attacco alla città. Con la sua lancia magica demolì la torre nord e dalla breccia l’esercito si rovesciò dentro alle mura della città, come si rovescia sulla campagna circostante, un fiume in piena che è riuscito a far breccia in un argine.
Lasciati i suoi a divertirsi nel saccheggio della città, Attilà cavalcò di nuovo verso la collina che intanto i suoi soldati avevano formato, e salì sulla cima per godersi lo spettacolo dell’incendio della città romana.
Una leggenda racconta che, sul far della sera, una colomba sia uscita dalla città di Aquileia, ed abbia raggiunto Attila, in attesa sulla montagnola artificiale, per annunciargli l’inizio dello spettacolo. Può anche essere, se si vuole credere alle leggende…Certo è che avendo egli dato l’ordine di procedere all’incendio al calare della notte, non aveva bisogno di annunci per avere conferma che il suo ordine sarebbe stato rispettato…E infatti quella sera l’orizzonte del Friuli, a sud verso il mare, divenne una striscia di fuoco. Pareva che la pianura avesse dato vita ad un drago di fuoco dalle mille lingue che si agitava tra il cielo e la terra. Attila si vide come trasformato in quel drago e pensò che gli dei, facendogli ritrovare la lancia magica gli avessero concesso il potere su tutta l’umanità…
Ma non aveva trovato la spada…Fu così che quando si trovò davanti a papa Leone ebbe il dubbio che fosse invece questi ad avere la spada di Marte, e decise di rinunciare alla conquista di Roma. Così ho potuto ricostruire i fatti. In verità Attila si era messo ad attendere il papa in atteggiamento provocatorio, con una mano sulla lancia piantata a terra e con l’altra appoggiata all’elsa della spada. Ma il papa, dimostrando di non temerlo, s’era piantato di fronte a lui con analogo atteggiamento di sfida, puntando a terra una strana lancia che finiva in alto con una elsa a forma di croce che portava in rilievo la scultura di un uomo crocefisso. Il barbaro superstizioso pensò che poteva anche trattarsi di una strana lunghissima spada, la spada di Marte appunto, con l’elsa ornata dalla figura magica di un Dio crocefisso…
“Deve essere questa l’arma che rende invincibili” pensò il barbaro, impressionato anche dall’imponenza dell’uomo che gli stava di fronte, che non a caso era soprannominato “magno”. Il papa per l’occasione s’era anche vestito con i paramenti sacri, portava un piviale ricamato d’oro ed aveva in testa una enorme mitria dorata e ornata di pietre preziose che gli conferivano l’immagine di una grande forza ed imponenza.
Come ho già detto, qualcuno sospetta che il papa avesse con se anche qualcosa d’altro per convincere il barbaro a rinunciare all’idea di conquistare Roma. Ma io ritengo sia stata proprio quella strano oggetto che il papa aveva piantato in terra a mo’ di lancia, a fargli cambiare idea. Attila non poteva sapere che si trattava soltanto di una croce astile…
A volte le convinzioni ci influenzano più della realtà…
Comunque, come siano andate le cose tra Attila e Papa Leone, è una verità che può interessare soltanto gli storici. Ai carnici interessa maggiormente la verità che il castello dove sedeva il Parlamento del Friuli sia costruito su terra di Carnia. Se questo non è un dato emblematico su cui riflettere… a conferma che ben a ragione la Carnia è stata definita la madre del Friuli!!!...
Agli abitanti di Paularo, ed ai turisti che frequentano la valle d’Incarojo, può interessare invece ancor più sapere la fine che ha fatto l’acqua carica delle molecole di ferro della spada miracolosa dei Guriùts... Chi sale ai piani di Lanza, si imbatte ancora oggi nella fonte che poi si insinua nella grotta di Attila, e può constatare senza ombra di dubbio, per i residui lasciati dall’acqua sui sassi del greto, come sia effettivamente un’acqua che trasporta del ferro. Ma per trovare l’acqua ferruginosa non occorre salire fin lassù… L’acqua che, come ha dovuto constatare il nano di Attila, si perde all’interno della grotta, filtra poi tra le rocce del monte Zermula e fuoriesce subito sotto alla borgata di Ravinis, a fianco del cimitero dei Celti a Misincinis, E’ un’acqua che conserva ancora la capacità di ispirare la pace, come faceva all’origine la fonte dei Guriuts ed allo stesso tempo di trasmettere la forza che gli viene dal ferro della spada magica che continua a sciogliersi.
Chi la beve ne ricava forza da usare in pace!…
E’ la forza che gli uomini imparano ad utilizzare, non contro gli altri, ma in pace con i propri simili, con la natura e con tutto il creato, ed a proprio vantaggio e beneficio. Una forza da utilizzare per esaltare il proprio spirito di intraprendenza e la propria libertà, che deve trovare un limite soltanto nella libertà degli altri. E’ la forza che in passato ha fatto di Paularo la culla di tanti grandi imprenditori, a cominciare da Jacopo Linussio.
Da un po’ di tempo, (è più che evidente!), gli abitanti di Paularo non si abbeverano alla fonte dell’acqua ferruginosa. L’hanno sistemata molto bene…oggi l’acqua fuoriesce da un bellissimo mascherone, a ricordo dell’ origine mitica dell’acqua, ma gli uomini hanno smesso di berla e quindi di assorbirne i suoi poteri magici, ossia la capacità di mettere in sintonia la forza con la pace…
C’è da augurarsi che i giovani paularini, e i giovani che vengono in ferie nella valle, tornino a prendere l’abitudine di dissetarsi a questa fonte, per fare di Paularo nuovamente un faro dal quale si sprigiona la voglia di intrapresa, e la capacità di coniugare forza e generosità, un faro con il quale illuminare nuovamente tutta la Carnia, come aveva già fatto Jacopo Linussio.

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