martedì 29 maggio 2018

Le Agane del Passo Siera.




Le Agane del Siera (Las Aganes dal Sièra).

               


Una favola, per inventare un motivo in più per un’ incantevole passeggiata fino al passo Siera, a scelta da Culzei di Pesaris (Cai 231) su una comoda carrabile, o da Sappada su una facile mulattiera (Cai 316). L’originalità sta nel fatto che è una  favola che si rilegge camminando.

                È infatti  illustrata sul posto dai disegni di Sergio Sabadelli genero di Luigino Concina (Pilùc)  proprietario della Malga Siera finalmente rimessa a nuovo dopo l’incendio provocato dai tedeschi nell’ambito della lotta di liberazione il 15 luglio 1944.
               
                C’erano una volta le fate.
 Dal latino fatum=destino, il loro nome stava a indicare degli esseri capaci di influire sul destino degli uomini. Esseri capaci di guidare gli uomini verso la felicità, in qualche modo personificazione  del desiderio di felicità degli uomini.
                In Carnia le fate si chiamavano Aganes, da àghe-acqua perché abitavano nei corsi d’acqua. Chi aveva avuto la ventura di incontrarle, s’era imbattuto con loro sempre vicino ad un ruscello. Uscivano nelle notti di luna piena ad asciugare le loro vesti al chiarore della luna.
                Poi ci fu il concilio di Trento. Si stabilì che la felicità viene solo da Dio, dalla sua Provvidenza. Si decise fosse  sacrilego immaginare l’esistenza di principi di felicità che si concretizzavano nella libertà individuale di ogni uomo, al di fuori della Chiesa. Così le Agane che, come apportatrici  di felicità, prima  erano raffigurate come bellissime fanciulle, vennero considerate come brutte espressioni infernali, demoniache.
                Da bellissime fate divennero orribili streghe!...
                In questo modo avrebbero dovuto trasformarsi anche quelle della Val Pesarina. Popolavano la valle, nascoste nel rio Pesarina, e nei tanti ruscelli che scendono dalle montagne ad alimentare il torrente. Si riunivano poi ogni notte a danzare sul passo tra la valle del Boite e la Val Pesarina, che da loro prendeva il nome di passo delle fate. Danzavano mosse dal vento che soffiava in un senso o nell’altro a seconda che a prevalere fosse Scirocco o Tramontana. Si ristoravano nel laghetto del passo e nelle pause andavano a dissetarsi alla fontana degli Sbilf, subito dietro alla casera della malga.       
                  Una gorne(gronda)  alimentata dalla sorgente che prende l’acqua dal monte Siera, dove come si sa, sono corsi a nascondersi i folletti, per non incorrere nelle furie dell’Inquisizione.
                 Hanno dato all’acqua che esce dalla loro montagna il potere di rinforzare e potenziare ciò che si ha. Per cui se la beve chi è malvagio, chi porta nel cuore il veleno della malvagità, finisce avvelenato: il veleno morale si potenzia sino a trasformarsi in veleno del fisico. Chi porta nel cuore sentimenti di generosità e amore invece, a ogni sorso, ha la sensazione gli si gonfi il cuore di felicità.
                Le agane pesarine avevano anche il potere di trasformarsi in animali e così di giorno le si poteva incontrare, senza rendersi conto che fossero loro, mentre si ascoltava estasiati il canto d’un uccello, o si ammirava la grazia della corsa d’un capriolo o d’un cervo, la furbizia d’uno scoiattolo, la forza d’un cinghiale, l’imponenza d’un orso.
                Trasformate in animali, ne conoscevano il linguaggio, e diventavano quindi interpreti tra il mondo animale e quello umano. Per questo la valle andava famosa per il rapporto intenso e profondo che legava animali e umani: due specie che condividevano lo stesso ambiente in collaborazione, non, come ora avviene, due specie nemiche, in contrapposizione continua.
                Per questo la valle era un parco naturale dove la gente veniva per godere dello stupore dell’incontro ravvicinato con gli animali,  per bearsi del  riecheggiare del canto di mille uccelli che inondava la valle, come il suono degli strumenti di una unica grande orchestra sinfonica.
                Si viveva felici in valle!
                Poi con il Concilio venne  l’Inquisizione, fu peccato credere alle fate. Si stabilì che non era vero che le Agane fossero fate, esseri benefici. La loro natura era invece quella delle streghe: esseri malefici. Il potere di trasformarsi in animali veniva dal demonio, non da Dio. Andava scacciato dalla valle il demonio, che l’aveva occupata insediandosi nella forma di queste Agane.
                Vista la gravità della situazione, a fare gli scongiuri per trasformare  le fate  della Val Pesarina da Agànis in Strìes  salì personalmente il Patriarca di Aquileia Gregorio da Montelongo. Trasformate in streghe, si sarebbero dovute bruciare, come si faceva negli altri paesi, il parroco del luogo, un ambientalista, suggerì che per evitare l’inquinamento atmosferico, in alternativa si potevano buttare nelle “cjalcinàrie”: l’effetto sarebbe stato lo stesso: il fuoco trasforma in fumo, la calce riduce in polvere.
                Ma, si sa,  la Val Pesarina è sempre stata una valle di anarchici, di controcorrente. Anche le fate erano in linea, anarchiche fino all’ultimo respiro,  opposero  una decisa resistenza, non accettarono di trasformarsi in streghe, preferirono la morte.
 






                 A ricordo del loro potere di diventare animali, chiesero di poter restare dentro agli alberi, mantenendo l’immagine che avevano scelto in vita vive. E si vedono ancora, sul sentiero che porta al passo, ora trasformato in una carrareccia transitabile con i fuoristrada. Chi fa attenzione però, scopre ancora i resti dell’originario sentiero lastricato: il  tròi das Agànis”.
                Sette di loro invece, le più anarchiche, non accettarono neppure questo compromesso.
                Si opposero e alla fine chi l’ha dura la vince,  l’ebbero vinta sul Patriarca, al punto di costringerlo  a venire  a patti. Ottennero di restare fate, accettando però di riapparire e riunirsi solo una volta alla settimana, di venerdì, la sera del sabba, come fanno  anche le streghe. Non più nei verdi prati del passo, ma sulla strada di accesso. Nascondendosi non più nel laghetto del passo ma nel rio  Siera-
                Da lì escono a danzare al limitare del ruscello, in un piccolo bosco di larici,  che da loro prende il nome di boschetto delle Agane, il boscùt da Agànis

                 Sono sette, iniziano le loro riunioni al canto d’un loro inno che dice:
                Si era  le fate del Passo,
              

 
               invece abbiam resistito…
                Poi una alla volta si presentano:

Sono la fata della fede
Sono la fata della speranza
Sono la fata della carità
Sono la fata della prudenza
Sono la fata della giustizia
Sono la fata della fortezza
Sono la fata della temperanza


                La fata della prudenza ha i piedi girati all’indietro, per lei infatti è sempre meglio un passo indietro che un passo avanti.

           La fata della speranza ha invece le ali, sostiene che comunque non si deve mai smettere di volare in alto, almeno con la fantasia. 

             Quella della fede ne ha quattro di ali, come le libellule, a dire che la fede vola ancora più in alto della speranza.
             Quella della giustizia gira tenendo in mano la stadera che s’usava un tempo anche nelle malghe.

 Quella della forza, ha i piedi a forma di zoccolo di cavallo, a ricordare l’aiuto che viene all’uomo da questo animale. Ma la forza va usata con giudizio, sostiene la fata della temperanza, vestita da filosofo o da mago che dir si voglia. 
                C’è infine quella della carità che ha quattro braccia e quattro mani, sostiene che la felicità dell’uomo sta nel dare non nell’avere, “più dai e più ricevi” è il suo motto.
                Danzano in cerchio tenendosi per mano, a significare che nessuna di loro è in grado di dare la felicità,
 che per gli uomini la vera felicità nasce dal concerto e dalla sintesi dei loro poteri.

                
                Danzano e cantano per tutta la notte. Nelle pause s’appoggiano al tronco del larice da ognuna prescelto, che così assorbe al contatto i loro poteri. Per questo, anche di giorno, si vede la loro immagine sugli alberi. Per questo,  chi si ferma nel boschetto delle Agane, sente il loro influsso e torna a valle rigenerato.
Fino all’alba. Poi salgono con  il sole che inonda di luce la montagna e si nascondono tra le rocce delle Vette Nere. Così è stata chiamata la montagna  a  ricordare il lutto perché le tiene sepolte  per l’intera settimana.

                Vi entrano infilandosi in una piccola grotta che prende il nome di “buse das Aganis”. A difendere la loro privacy hanno ora assunto un orso che fa da guardiano.                
                Dalle parole iniziali  del loro inno viene il nome Siera con il quale ora si nomina  quello che un tempo era il passo delle fate.


SPIEGAZIONE
                A fianco della carrareccia che porta al Siera Sergio Sabdaelli ha incollato sugli alberi delle immagini di animali. 
               A un certo punto in un boschetto segnalato da apposita freccia ha inserito in sette alberi sette immagini di  fate, (disegni naif). Sono immagini da portare a casa come foto ricordo non da asportare come oggetti-ricordo.


giovedì 17 maggio 2018

Le Fate del Monte Siera.


Al passo Siera: tra Carnia e Cadore.
(riportata dalla rivista In Carnia edita dalla tipografia Andrea Moro di Tolmezzo)

                Il passo Siera fa da ponte tra la Carnia e il Cadore. Collegamento da sempre tra la valle del Boite e la Pesarina. Era un percorso obbligato sia per i campi estivi che invernali per gli alpini di stanza in Friuli.
Anche io ci sono passato la prima volta da alpino, nel campo estivo del 1967.
Nel campo invernale dello stesso anno vi ha lasciato la vita l’artigliere alpino Ciro Ettorre
 Salendo da Sappada, quasi all’arrivo del passo, si incontra la lapide con la quale i suoi commilitoni hanno voluto rimanga memoria del tragico evento.

 
Il dipinto di Dalla Marta
 Ricostruendo la storia della Resistenza in Carnia ho dovuto dedicare un capitolo al passo. Infatti è stato attraversato più volte dai garibaldini della Val Pesarina, per incursioni e fatti di sangue che a Sappada non hanno lasciato certamente un bel ricordo. E’ stato durante  uno di questi episodi che i Tedeschi di stanza a Sappada, per rappresaglia, hanno incendiato la casera della malga del passo. Avevano anche messo del veleno nella sorgente attigua. La strage fu evitata per  l’intervento di Tiziano Dalla Marta, già Sindaco di Prato Carnico e di Tolmezzo, ai tempi partigiano-infermiere  in val Pesarina. Ora, diventato anche un valente pittore, ha voluto ricordare l’episodio in un caratteristico quadro.

 Finalmente, nel 75 anniversario dall’incendio, la malga, acquistata dal carnico
La malga in costruzione
  Luigino Concina (Pilùc), è stata rimessa a nuovo.Un motivo in più per salire al passo, a scelta da Culzei di Pesaris (Cai 231) su una comoda carrabile o da Sappada su una facile mulattiera (Cai 316).
   Da qui poi si può fare una bella traversata da brivido, sulla ferrata Corbellini, fino al rifugio De Gasperi, o una camminata verso il suggestivo passo dell’Arco.
                Ma a indurmi a tornare al passo è stata la favola delle Agane della Val Pesarina.
Al boschetto delle Agane
 Le fate, in  Carnia, si chiamavano Aganes, da àghe-acqua perché abitavano nei corsi d’acqua. Chi aveva avuto la ventura di incontrarle, s’era imbattuto con loro sempre vicino ad un ruscello. Uscivano nelle notti di luna piena ad asciugare le loro vesti al chiarore della luna.
                Poi ci fu il concilio di Trento.  Le Agane che, come apportatrici  di felicità,   erano raffigurate come bellissime fanciulle, vennero considerate come brutte espressioni infernali, demoniache. A dire  che non ci può essere salvezza al di fuori della Chiesa, da bellissime fate divennero orribili streghe!...

                In questo modo avrebbero dovuto trasformarsi anche quelle della Val Pesarina. Popolavano la valle, nascoste nel rio Pesarina, e nei tanti ruscelli che scendono dalle montagne ad alimentare il torrente. Si riunivano poi ogni notte a danzare sul passo tra la valle del Boite e la Val Pesarina, che da loro prendeva il nome di passo delle fate. Si ristoravano nel laghetto del passo e nelle pause andavano a dissetarsi alla fontana degli Sbilf, subito dietro alla casera della malga.
Una gorne(gronda)  alimentata dalla sorgente che prende l’acqua dal monte Siera. 

                 
                Le agane pesarine avevano anche il potere di trasformarsi in animali e così di giorno le si poteva incontrare sen rendersi conto che fossero loro, mentre si ascoltava estasiati il canto d’un uccello, o si ammirava la grazia della corsa d’un capriolo o d’un cervo, la furbizia d’uno scoiattolo, la forza d’un cinghiale, l’imponenza d’un orso.

             

  Per questo la valle era un parco naturale dove la gente veniva per godere dello stupore dell’incontro ravvicinato con gli animali,  per bearsi del  riecheggiare del canto di mille uccelli che inondava la valle, come il suono degli strumenti di una unica grande orchestra sinfonica.
                 A ricordo del loro potere di diventare animali, le Agane della Pesarina, chiesero di poter restare dentro agli alberi, mantenendo l’immagine che avevano scelto da vive. E si vedono ancora, sulla carrareccia che porta al passo.


                Sette di loro invece hanno ottenuto di restare fate.  Nascoste non più nel laghetto del passo, ma nel rio Siera, sulla strada di accesso.
Il boscut das Aganis
                Da lì escono a danzare al limitare del ruscello, in un piccolo bosco di larici,  che da loro prende il nome di boschetto delle Agane, il boscùt da Agànis. Fino all’alba. Poi salgono con. il sole che inonda di luce la montagna e si nascondono tra le rocce delle Vette Nere. Così è stata chiamata la montagna  a  ricordare il lutto perché le tiene sepolte. La montagna ove ora si diverte ad aprire nuove vie Adriano Sbrizzai. Vi entrano infilandosi in una piccola grotta che prende il nome di “buse das Aganis”  Danzano e cantano per tutta la notte. Nelle pause s’appoggiano al tronco del larice prescelto da ognuna, che al contatto assorbe  i loro poteri. Per questo, anche di giorno, si vede la loro immagine sugli alberi. Per questo,  chi si ferma nel boschetto delle Agane, sente il loro influsso e ritrova la serenità.

               
                L’originalità della favola sta nel fatto che ora la si rilegge camminando, mentre si sale dalla val Pesarina. Nei disegni di Sergio Sabadelli, suocero del proprietario della malga. Una vera camminata da favola! 

                              


giovedì 26 ottobre 2017

L'origine storica del Tiramisù

        
L’origine del Tiramisù e del Mascarpone.

   Raimondo della Torre fu Patriarca d’Aquileia dal 1273 al 1299. Appena insediato si rese conto dell’ importanza per l’economia del Patriarcato  del passo di Monte Croce Carnico e quindi del ruolo  di Tolmezzo a presidio sulla strada per il passo. Alla cittadina concesse il privilegio della raccolta del dazio sul commercio della Carnia perché si facessero le mura. I tolmezzini, in segno di gratitudine, sulla porta di sopra, hanno scolpito il suo stemma.
       Ma oltre le motivazioni  geo-politiche a rinsaldare i vincoli di amicizia di Raimondo con Tolmezzo contribuì il suo amore per la buona tavola. Aveva nominato gastaldo della Carnia suo cugino Eghelberto della Torre, famoso buongustaio milanese e la tavola del gastaldo della Carnia si distinse subito per la raffinatezza. Merito soprattutto del cuoco Cromazio  che il Gastaldo era riuscito a scovare nel paese di Cazzaso, un innovatore appassionato,  affascinato dal desiderio  di nuove pietanze con nuovi gusti e sapori e ma preoccupato anche  della genuinità del cibo. Al punto che, volle produrre in proprio  il formaggio, alimento base della sua cucina.         Nelle cantine del castello s’era fatto costruire una piccola latteria e il gastaldo obbligò i suoi contadini a conferire al castello la decima del latte prodotto. Poteva così far colazione con il burro di giornata, mentre il formaggio e la ricotta venivano stagionati a seconda delle pietanze a cui erano destinati. Per non sprecare nulla Cromazio s’era inventato anche la ricetta del Formàdi Frant. Faceva fermentare i resti del formaggio e persino le croste, unendovi delle erbe sempre diverse, ottenendo  così un prodotto con sapori sempre più inusitati.
Ma come capita spesso, fu invece opera del caso la scoperta del formaggio che rese Cromazio famoso in tutto il Patriarcato e oltre.   Una mattina aveva appena raccolta la panna affiorata nelle mastelle nelle quali era stato conservato il latte durante la notte. Aveva deciso di cuocerla per farne l’ont (burro fuso in friulano) da conservare.  Fu chiamato dal Gastaldo proprio mentre  aveva sul fuoco sia la pentola del burro che quella del formadi frant. Aveva appena ordinato ad un suo inserviente di  spremere alcune gocce di limone in quella del formadi frant. Voleva verificare che gusto ne sarebbe derivato a fermentazione avvenuta.
       Al richiamo del superiore si precipitò lasciando perdere ogni cosa. Al ritorno chiese all’inserviente se aveva spremuto il limone. Gli rispose di sì, indicandogli il recipiente che conteneva la panna. Ci si può immaginare la scena! Urla, bestemmie, pedate nel sedere dell’inserviente. Ma ormai era fattal Rovinato il burro della giornata! Anche perché si era spento il fuoco e si era interrotta la cottura del burro.  Come aveva dimostrato con l’invenzione del formadi frant, Cromazio era cresciuto a Cazzaso nella miseria e non sarebbe stato capace di sprecare nulla. Tanto meno la brume (la panna), la parte più pregiata del latte.  Rovesciò la pentola con la panna  su una delle tele che usava per fare la ricotta e ne fece un sacchetto, come appunto fosse ricotta.  Bestemmiando ancora contro la stupidità del suo inserviente portò il nuovo prodotto nel fresco della cantina e  l’appese, accanto ai salami. “Vedrò cosa farne un giorno” e con una ultima imprecazione, preso da altre cose,  si dimenticò dell’incidente.
       Solo il giorno dopo, mentre staccava un salame, gli tornò agli occhi il sacchetto.
“Son curioso di sapere che  cosa ne è avvenuto della panna al limone!” disse. Rovesciò  il sacchetto in un piatto e si trovò davanti un composto cremoso,   bello anche da vedersi. Quando prese ad assaggiarlo, non potè trattenere una bestemmia di soddisfazione. Una prelibatezza! Qualcosa dal gusto raffinato. La stupidità del suo inserviente aveva inventato un derivato dal latte che non era né burro nè formaggio nè ricotta, ma qualcosa di nuovo.  D’una bontà eccezionale.
       Capì subito che il miracolo era opera delle gocce di limone ma anche del fatto che il fuoco si era spento  fermando la cottura ad una temperatura ideale per realizzare il prodotto. Ci mise alcuni giorni a definire la ricetta, con diverse prove andate a vuoto. Bisognava trovare la giusta temperatura e la giusta quantità di limone che aveva provocato il miracolo. Alla fine ci riuscì e scrisse la ricetta
       Si doveva scaldare  in una casseruola la panna a fuoco lento mescolandola con un frusta fino a fare raggiungere gli 80/85 gradi. Poi aggiunte alcune gocce di limone si doveva continuare la cottura per un’altra decina di minuti . Lasciar quindi raffreddare nell’ambiente per 35 minuti, poi scolare in una tela, come fosse ricotta e mettere in fresco per almeno mezza giornata.
       Annunciò allora al gastaldo, gonfio il petto d’orgoglio e soddisfazione, di aver inventato un nuovo tipo di formaggio. Proprio  in quei giorni era in visita il cugino Patriarca. L’occasione cadeva a fagiolo per sentire i commenti sul nuovo prodotto.
       “Masse bon!” esclamò con enfasi l’arcidiacono della Carnia che era stato invitato per l’occasione e che come di regola i prelati, era anche un buongustaio. “Che prelibatezza!” aggiunse il Patriarca con fare estasiato. “Come l’hai chiamato?” chiese il gastaldo a Cromazio, soddisfatto per la bella figura che gli stava facendo fare. “Non ci ho ancora pensato, non ho dimestichezza con le parole” confessò quello. Allora intervenne il giullare, anche lui di Cazzaso, che si divertiva invece a giocare con le parole e a fare anagrammi: “Mettendo assieme le vostre esclamazione se ricaverebbe un Maschèpre. “Non mi pare granchè, ma riconosco che è un nome originale, se va bene al cuoco tuo compaesano può andar bene a noi, cui più che il nome interessa il gusto veramente nuovo e squisito,” disse il Gastaldo. Il cuoco non aveva parole e quindi nel Patriarcato si diffuse la voce che a Tolmezzo era stato inventato il Maschépre.
       A questo punto il lettore vorrà sapere come mai non s’è continuato a produrlo.
       Per rispondere bisogna tornare alla storia.  Nel 1279 il Patriarca Raimondo guidò in Lombardia un contingente di truppe friulane in aiuto dei suoi parenti in lotta contro i Visconti, per  il dominio della Signoria di Milano. Naturalmente si offerse come volontario anche il nipote, Gastaldo della Carnia, che si portò al seguito anche il cuoco Cromazio.
       Con i buongustai però non si vincono le guerre! Fu così che i Torriani subirono una sonora sconfitta a Vaprio sull’Adda. L’armata friulana fu disfatta. Anche Cromazio cadde prigioniero e finì i suoi giorni a fare il cuoco nel castello di Abbiategrasso, che già dal 1277 era passato con i Visconti, insegnando ai nuovi padroni  la ricetta del Maschépre, che nel frattempo aveva cambiato nome.
        Mentre si abbuffavano con quella nuova delizia del palato invece che prepararsi alla battaglia, i feudatari patriarchini si erano resi conto  che almeno il nome della specialità che gustavano ogni giorno doveva essere appropriato per l’ambiente militare. Maschèpre sapeva di frocio, per questo il giullare, lasciando inalterata la base, propose di cambiarlo nel più militaresco Mascherpòn, o Mascarpòn.
       Oltrechè sul nome ci furono grandi discussioni su quali fossero gli accostamenti migliori, se con il dolce o con il salato . Anche qui fu il caso a dare la soluzione.
       In una delle scaramucce che precedettero lo scontro finale, l’armata friulana si era scontrata con quella dei Conti di Savoia, alleati dei Torriani, ed era riuscita a fare qualche prigioniero. Tra questi il cuoco del conte. Cromazio si trovò ad avere così un valido collaboratore e assieme inventarono ricette eccezionali che fondevano la tradizione della Savoia con quella del Friuli. Come specialità il nuovo arrivato portava dei biscotti d’una particolare leggerezza che chiamava “savoiardi”. Fu per loro quasi inevitabile mettere assieme le due ricette: uno strato di savoiardi e uno strato di Mascherpòn il tutto farcito con ottimo zabaglione al vino moscato del Piemonte e ne venne fuori un dolce tanto squisito quanto facile a farsi.
        “Una bomba energetica!” commentò il giullare con questo “Tiramisù” saremo invincibili”, aggiunse, dando così il nome al nuovo dolce. Non fu così, perché  malgrado il Tiramisù furono sonoramente sconfitti. I Visconti si presero  la signoria di Milano, mentre i Torriani si spostarono in Friuli al seguito del loro Patriarca a godere dei feudi loro assegnati, ove deliziarsi di Tiramisù e Mascarpone. 
       Quando, nel 1420, Venezia pose fine allo Stato Patriarcale, prese a considerare il Friuli poco più che una colonia dalla quale importare legname per le proprie navi. Anche le buone tradizioni culinarie sviluppate con i Patriarchi si sono perse. Solo nell’ultimo dopoguerra, negli anni del boom economico è tornato in voga il Tiramisù Come mai sia venuta l’idea a Norma Pielli titolare e cuoca dell’Albergo Roma di Tolmezzo negli anni cinquanta del  Novecento, è facile a spiegarsi alla luce di questa storia. La Torre Raytemberger porta di accesso al castello patriarchino era al tempo, diventata cantina dell’Albergo.  E’ facile immaginare che vi aleggiasse lo spirito di Cromazio,  tornato da morto nei luoghi che avevano visto brillare la sua stella di grande cuoco. Invece che i numeri del lotto, come sono soliti fare i defunti, Cromazio  ha portato a Norma la ricetta. Come suggerito dall’anima di Cromazio, Astori  ha preso a importare da Abbiategrasso il Mascarpone che  i lombardi avevano continuato a produrre, sulla ricetta insegnata loro dal carnico prigioniero. Norma , da cuoca innovativa quanto Cromazio,  ha  arricchito la ricetta del Tiramisù,  che gli era venuta in sogno, con i gusti del caffè e del cacao che  lui non poteva conoscere.

       Ecco come la storia da sempre “magistra vitae” è anche in grado di tagliare la testa al toro sulla querelle dell’origine del Tiramisù. Alla luce della storia che s’è letta, è fuor di dubbio che il moderno Tiramisù è nato a Tolmezzo, recuperando la ricetta dei tempi del Patriarca Raimondo Della Torre.

venerdì 20 novembre 2015

La Madonna di Castoia.



Le chiesette di montagna, si può anche   immaginare siano dei luoghi di culto celtici, ripensati in chiave cristiana.
                      
Molti santuari mariani sono legati a racconti di apparizioni, nelle quali è stata la Madonna stessa a richiedere l’erezione della Chiesa, indicando anche il luogo. Ma la leggenda collegata al santuario della Madonna Ausiliatrice, meglio noto come della Madonna del Clap o di Castoia in Comune di Paularo, ha una sua originalità. Un pastore del paese raccogliendo sassi nel Rio Malmedìli ne avrebbe trovato uno che ha suscitato la sua curiosità. Per guardarlo meglio l’ha pulito, e si è accorto che c’era scolpita l’immagina d’una Madonna con il bambino.
 Si può immaginare la sua sorpresa, forse anche il suo spavento, perché un povero pastore con quel sasso scolpito in mano, va subito a pensare a qualche sortilegio, a qualche stregoneria. Si era nell’Ottocento, e in Carnia a quei tempi si incontravano streghe ad ogni angolo. Corse in paese a raccontare l’accaduto, salirono le donne con il prete in testa a verificare la veridicità del racconto. Il sasso c’era, ed aveva effettivamente scolpita l’immagine della Madonna. Era una lastra di pietra a forma quasi triangolare e dalla pietra emergeva in altorilievo una immagine della Madonna  dai lineamenti delicati. Come fece notare subito il prete, ripeteva uno schema molto usato nell’iconografia mariana, aveva infatti la mano sinistra aperta in segno di accoglienza, e il bimbo in grembo con il dito della mano  che indicava la madre. Come fosse finita nel rio Malmedili, chi ve l’avesse lasciata, chi l’avesse scolpita erano tutti interrogativi senza risposta. Tutti furono concordi nel cercare di dare degna collocazione a quella immagine. E la Maina delle Madonna che già esisteva a poche centinaia di metri dal rio, in mezzo ai prati, di fronte alla imponente catena del Serio, parve a tutti la soluzione più opportuna.
Nella maina c’era in effetti già un’ altra originale Madonna  con i vestiti di stoffa e il viso della madre e del bambino scolpiti nel legno. Ma in qualche modo si sarebbe trovata una soluzione per sistemarle entrambe…
La mattina del giorno dopo le donne che erano salite ad accudire le bestie passarono a dire un’Ave Maria alle due Madonne, ma dovettero constatare che la nuova non c’era più. Riportata la notizia in paese, di nuovo si formò la processione delle donne con il prete in testa a salire l’erto sentiero per andare a verificare cosa fosse accaduto.
Chi poteva mai essere quel dannato così sacrilego da permettersi di rubare  la nuova Madonna? Mentre stavano a ragionare sul fatto, al prete venne in mente di spostarsi nel luogo ove era stata trovata, nel Rio Medili. La pietra con l’immagine era di nuovo lì, dove era stata trovata il giorno prima, vicino ad una piccola sorgente…
Chi ve l’aveva riportata? Chi poteva aver interesse a salire di notte per riportare l’immagine dove era stata rinvenuta originariamente? Non si sapeva cosa pensare, prevalse ancora l’opinione che la Madonna non poteva essere lasciata lì all’aperto e fu riportata nella Maina e messa assieme all’altra.
Non ci credereste! Ma la mattina dopo le donne non l’hanno trovata più dove era stata sistemata…  Qualcuno l’aveva riportata di nuovo vicino alla sorgente. Quale mistero si nascondeva dietro a quegli spostamenti? Fra le donne iniziò a girare la parola miracolo… Ed anche il prete non sapeva cosa pensare. La portò di nuovo, per la terza volta, nella Maina, e per la terza volta la mattina dopo l’immagine fu ritrovata vicino al Rio Medili. Per tre volte Pietro aveva rinnegato Cristo, per tre volte, pensò il prete, si era rinnegata la volontà della Madonna di restare nel posto ove si era fatta trovare. Non si poteva andare oltre!  
Nella vicenda c’era certamente del miracoloso, e comunque non si poteva non dare degna accoglienza a quella Madonna che era comparsa così all’improvviso, scolpita nel sasso, nel luogo dove aveva voluto farsi trovare. Tutto il paese partecipò ai lavori per la costruzione di una piccola cappella. Anche perché, nel frattempo erano intervenuti dei veri miracoli per intercessione di quella Madonna. Miracoli che si ripeterono e portarono il paese a decidere di ingrandire la cappella originaria, per farne una vera Chiesa di dimensioni ragguardevoli.
E’ l’attuale Santuario, ubicato appunto in un luogo non ci si aspetta di trovare una Chiesa, infossata come è nel canalone del Rio Malmedìli. C’è ancora sul sagrato anche la fontanella d’acqua corrente, a ricordo della sorgente originaria.Al miracolo o si crede o non si crede. E’ qualcosa che va al di là del naturale e che quindi non può essere affrontato con la ragione, per cercare delle spiegazioni. E non si possono inventare altre storie per dare spiegazioni alla storia del miracolo. E’ quindi solo a titolo di cronaca che riporto la leggenda con la quale il solito miscredente ha cercato di spiegare il fatto.
Si era qualche anno prima del 1870, l’anno al quale si fa risalire il ritrovamento del sasso con l’immagine, quando la Carnia era ancora sotto la dominazione austriaca. A Salino viveva un giovane povero di famiglia, ma di grande ingegno. Faceva lo scalpellino, ma non si limitava a squadrare i sassi, ne sapeva ricavare dei rosoni artistici, ed anche delle figure più complesse. I suoi, morendo, gli avevano lasciato in eredità solo dei prati scomodi, “gràtules” come lui diceva, e fra questi, su La Mont, un ritaglio di terreno infossato in un rio.
 Malgrado la estrema povertà, viveva felice. S’era infatti innamorato di Maria, la più bella ragazza del paese, e lei l’aveva voluto, anche se era così povero. Non ci sono molte coppie che si uniscono come i due pezzi della mela di Adamo, a formare un tutt’uno. Ma questa era una di quelle…Stavano aspettando il primo figlio e la loro felicità era alle stelle. Lei, anche se incinta, lo continuava ad aiutare nei lavori della fienagione. Era normale a quei tempi. Si racconta di donne che lavorando fino all’ultimo sono finite a partorire nel prato. Un giorno d’estate stavano appunto raccogliendo il fieno di quel pezzo di terreno in ripido pendio, sul prato de  La Mont, e stavano costruendo la mede. Il terreno  che ora è stato spianato per costruire la Chiesa era ripidissimo e  l’impresa non era semplice. Lei stava sopra a calpestare il fieno tenendosi al medili, il palo attorno al quale si doveva costruire il covone, lui con la forca  le lanciava il fieno.
D’un tratto, forse perché lui aveva lanciato troppo forte e si era spaventata, si sbilanciò bruscamente, il medili cedette e la mede già quasi completata si rovesciò verso il basso, trascinandosi dietro Maria con il suo bambino in grembo. Silverio, così si chiamava lo scalpellino, si precipitò in soccorso della moglie. Ma non c’era purtroppo più nulla da fare. Cadendo aveva battuto la testa e non respirava già più.
Si può immaginare la disperazione del povero uomo!..
A questo punto il racconto fa una divagazione per spiegare il nome di Malmedili che è stato dato al rio. Il fratello di Silverio s’era dovuto recare al Municipio di Paularo a dichiarare la morte della cognata, e l’ufficiale d’anagrafe un po’ sordo gli aveva chiesto di che male fosse morta. L’uomo affranto per la morte della cognata e preoccupato per la disperazione del fratello, avrebbe voluto obiettare che quando uno è morto è morto, e non ha senso registrare anche il male che aveva causato la morte. E del resto, nel  caso che stava denunciando non c’era stato nessun male. Era stata una disgrazia!
“Nessun male, rispose spazientito, è stata colpa del medili piantato male”.
“Cosa?” chiese l’ufficiale d’anagrafe, che come s’è detto era un po’ sordo, ed essendo austriaco  non capiva bene l’italiano.
“Il medili!” gli gridò nell’orecchio il fratello di Silverio.
“Ho capito, disse l’altro e ripetè ad alta voce quel che stava scrivendo. “Morta di Mal medili”. In seguito il fratello di Silverio raccontò più volte in osteria a Salino l’aneddoto del suo incontro con l’ufficiale d’anagrafe. Fu così che per l’ignoranza e la sordità d’un ufficiale d’anagrafe, indicando il luogo dove era morta Maria, si iniziò a chimarlo Malmedili, e il luogo finì per dare il nome al rio che lo attraversa.
Ma lasciando le divagazioni e tornando al racconto principale, si dice che Silverio sia impazzito dal dolore e si sia ritirato a vivere come un eremita sulla montagna dove era morta la sua Maria. Se ne stava nascosto in qualche grotta, come un animale selvatico, e non si faceva mai vedere dai paesani che salivano per la fienagione o per accudire alle bestie. Soltanto i pastori raccontavano alle volte d’averlo intravisto, come si racconta d’aver intravisto l’orso. Ad un certo punto non si registrarono più avvistamenti, e si dedusse che fosse morto. Ma la sua scomparsa avvenne dopo il ritrovamento della pietra con la Madonna scolpita. A quell’epoca era certamente ancora in vita…
Si potrebbe quindi così spiegare il miracolo della Madonna. Era stata scolpita da Silverio per ricordare la sua Maria e il suo figlio mai nato, e l’aveva riportata per tre notti di seguito nel posto ove avrebbe voluto che restasse, a testimonianza della disgrazia che aveva distrutto la sua vita.
Con questa versione, si perde l’idea del miracolo del sasso che torna, per tre volte, da sé, nel luogo ove la Madonna chiedeva le fosse dedicata una Chiesa, ma per un altro verso si rafforza la suggestione del luogo. Se veramente Silverio avesse trasfigurato in quella della Madonna l’immagine della sua Maria, il santuario potrebbe veramente essere considerato il monumento alle donne di Carnia, donne da santificare per i sacrifici che hanno fatto, in situazioni al limite, come quella dei pendii ripidissimi  dei prati di Castoia, per ricavare il necessario per far crescere i figli.
Ma di questa come di altre leggende,  ci sono più varianti. Dopo aver  fatto circolare per Paularo la voce che stavo cercando  se c’era qualcuno che conosceva altre versioni riguardanti la storia della Madonna di Castoia, una sera fui avvicinato per strada da una vecchia che mi trascinò a sé in un angolo buio, quasi volesse violentarmi.
“Non è una Madonna!”, mi disse in un soffio avvicinando la sua bocca al mio orecchio.
“Che modo di spaventare la gente!” protestai.
“Non voglio che mi riconosca. Nessuno deve sapere che le ho parlato” continuo a dirmi, trattenendomi a forza, per potermi parlare da vicino.
“Anche se la riconoscessi non avrei alcun motivo per rivelare il suo nome,” obiettai. “Ma come fa a dirmi che non è la Madonna?”
“Non sono la sola a saperlo! Ma nessuno ne vuole parlare, per paura delle maledizioni del parroco!”
“Che io sappia i preti non maledicono ma benedicono!”
“Signore, io non so quale esperienza lei possa avere. Ma chi sa benedire, sa anche maledire!”
“Sarà! Ma insomma mi dica cosa sa della Madonna”
“E’ una immagine molto più antica, è l’immagine di una Agana del tempo dei Celti”.
“Questa poi!...” borbottai.
“Le dico che è così! Se è uno studioso, provi ad approfondire l’argomento ed alla fine mi darà ragione”. Così dicendo la donna si infilò in un vicolo e scomparve nel  buio. 
Che molte delle chiese, soprattutto quelle di montagna, possano farsi risalire ad epoca pre-cristiana, è un fatto che viene sostenuto da molti studiosi. Il sincretismo cristiano può aver trasformato nel volto di una Madonna quella che invece era il volto di una Agana. Ma non in questo caso! La Madonna di Castoia è rappresentata con in braccio il bambino che tiene il dito alzato ad indicare la madre. E’ una tipica iconografia della Madonna.
             A meno che la pietra non sia stata scolpita nuovamente modificando una immagine preesistente! Se la mia informatrice senza volto avesse veramente ragione, la pietra potrebbe essere stata ripulita già dopo l’editto del Concilio di Tours nel 567 che condannava quelli che continuavano “nella stoltezza di praticare culti presso alberi, pietre e fonti” e chiedeva che “questo uso pessimo e incompatibile con la religione sia distrutto” .
            Ma a questo punto si potrebbe anche arrivare a pensare che ci sia stato veramente il miracolo della pietra, che non voleva allontanarsi dal rio! Le Agane si sa, sono fate dell’acqua, e l’Agana di Malmedili preferiva la vicinanza dell’acqua al sole della maina sull’altopiano, dove volevano collocarla gli abitanti di Salino!...




martedì 10 novembre 2015

San Martino in Carnia,

San Martino in Carnia.(da un’idea di Giulio Astori)
            Come si legge nella sua biografia, San Martino di Tours è nato nel 316 a Szombathely (al tempo Sabaria Sicca), la prima cittadina che si incontra arrivando in Ungheria dall’Italia, subito dopo il confine con l’Austria. Suo padre era tribuno militare della legione che presidiava quella che allora era diventata la capitale della Pannonia superiore. Un avamposto rispetto alle colonie di Aquilieia e Julium Carnicum, ma, sulla via dell’ambra, il centro era subito cresciuto ed era diventato una città importante, con tanto di sede imperiale, terme ed anfiteatro.
            Quando il padre di Martino andò in pensione, come tutti i veterani dell’esercito romano, secondo le usanze, ottenne l’assegnazione di un podere a Pavia. Vi  si trasferì con la famiglia quando il figlio, che  aveva voluto chiamare Martino, in onore del Dio Marte, aveva solo dieci anni. A dispetto del nome che il padre gli aveva dato nella speranza di vederlo diventare almeno comandante di legione, il ragazzo, più che per la guerra, si sentiva portato per la preghiera e la meditazione. A Pavia una volta scomparve di casa per alcuni giorni. Il padre lo cercò disperato e lo trovò in una chiesa, tutto assorto nelle sue riflessioni sul senso della vita. Aveva così ripetuto  le gesta di Gesù che, facendo disperare Giuseppe e Maria,  s’era perso a discutere con i dottori del Tempio di Gerusalemme.
            Ma nel 331 un editto dell’Imperatore Costantino obbligò tutti i figli dei veterani ad arruolarsi nell’esercito romano. Suo malgrado, fu quindi reclutato nella “ Schola imperiali” un corpo scelto di militari perfettamente equipaggiati. Ognuno infatti disponeva d’un cavallo e d’uno schiavo.
            Nel 335 l’imperatore Costantino decise di trasferirsi in Ungheria per definire un trattato con i barbari Visigoti. Avrebbe concesso  loro di stanziarsi sulla riva sinistra del Danubio, ponendo il fiume come confine dell’Impero Romano. Riteneva così di farseli alleati.
            In questa spedizione senza pericoli, diplomatica e non militare,volle che lo accompagnassero i ragazzi della “Schola imperiali” appena arruolati, giovani  di appena quindici sedici anni. Non avendo fretta, prima di attraversare le Alpi si fermò per alcuni giorni nella colonia di Julium Carnicum ospite dell’amico Caio Bebio, che da poco aveva premiato con  l’incarico di governatore di quella colonia.
            I ragazzi della Schola erano accampati appena fuori le mura, nella località detta  Formeaso. In libera uscita si riversavano nella cittadina di Julium in coda per poter consumare nel lupanare. Martino no! Ogni sera si faceva a piedi la salita fino alla chiesa metropolitana dedicata a San Pietro dove officiava il vescovo Callisto. La Chiesa era circondata da due monasteri uno riservato alle monache e uno ai monaci. Si pregava molto e ancor più si discuteva di teologia sul mistero della Trinità, l’argomento più in voga al momento. C’erano infatti alcuni monaci che ancora esprimevano delle riserve sulla dottrina dell’homoousion ed erano vicini all’ eresia di Ario, malgrado già dieci anni prima nel 325 a Nicea, proprio per l’intervento dell’Imperatore Costantino,  fosse stato definito il dogma della consustanzialità sotto la forma del  simbolo niceno
            Martino non era però interessato a queste discussioni pensava che il cristianesimo dovesse richiamarsi agli insegnamenti di Cristo, al precetto che considerava come  vero dogma fondante della nuova religione, quello di amare gli altri come noi stessi, di vedere Cristo nel prossimo, soprattutto nei poveri. Si sentiva così più vicino a Elena, la madre dell’Imperatore, che, invece di filosofare, aveva preferito cercare in Palestina i segni dell’esistenza di Gesù e, sul Golgota, aveva trovato i resti della croce.
            Uscendo una sera dal convento della Chiesa di San Pietro  per rientrare all’accampamento in tempo per la tromba della ritirata, Martino aveva visto, proprio accanto alla porta, un povero affamato e intirizzito.
            “Perché non bussi e ti fai ospitare?” gli aveva chiesto.
            “Ho bussato, ma mi hanno detto che non hanno né tempo né posto per me,  occupati come sono a disquisire sul dogma della Trinità”
            “Ma prima di disquisire, Gesù ha insegnato ad amare!” protestò il giovane soldato romano. Volendo poi passare dalle parole ai fatti, gli era venuta l’idea di tagliare un pezzo del suo mantello per coprire il corpo del poveretto. Ma, in libera uscita, non aveva preso con se le armi. Non aveva una spada e neppure un pugnale per tagliare il mantello in due. Esitò un momento, poi preso da un impeto di carità, senza pensarci, né frapporre indugi si tolse il bianco mantello, la clamide bianca della guardia imperiate,  e coprì il poveretto perché non prendesse altro freddo.
            Senza pensarci. Ma ci dovette pensare rientrando all’accampamento. L’ufficiale di guardia gli chiese conto del mantello, e non potendo dire che l’aveva regalato si giustificò dicendo che gli era stato rubato. L’ufficiale stabilì che nella libera uscita del giorno dopo avrebbe dovuto recuperarlo, altrimenti gli sarebbe stato addebitato e avrebbe trascorso dieci giorni di punizione  in cella di rigore.
            Fu così che la sera dopo Martino risalì alla Chiesa di San Pietro alla ricerca del povero. Voleva scusarsi e chiedergli che gli restituisse il mantello. Ma durante il giorno c’erano stati degli sviluppi imprevisti. Il suo mantello era già molto lontano sull’altopiano centrale della Carnia.
            Glauco, il poveretto a cui l’aveva dato aveva una sorella avara e taccagna che aveva sposato un contadino di Sezza, ancora più gretto di lei. Quando la donna, che di solito neppure lo salutava,  vide addosso al fratello quel mantello bianco di pregevole fattura, volle sapere dove l’avesse rubato. Glauco invece spiegò come e dove l’aveva ricevuto in regalo. E proprio perché l’aveva avuto in dono si rifiutò di consegnarlo alla sorella che lo pretendeva con insistenza.
            Anzi, pensò fosse un suo dovere di gratitudine girare per i paesi a rendere testimonianza della generosità che caratterizzava i giovani soldati  romani, e partì subito per recarsi nei villaggi di Cazzaso e di Lauco, ancora abitati dai Celti, che avevano in odio i romani.
             Tania, così si chiamava la sorella, con il marito architettò allora uno stratagemma per ottenere il regalo del mantello. Si vestirono entrambi di stracci e si accucciarono ai lati della porta del convento di San Pietro, in attesa che uscisse il giovane soldato romano. L’avevano seguito e avevano notato che l’addetto al vettovagliamento gli aveva assegnato un nuovo mantello.
            Quando lo videro uscire sulla porta presero a lamentarsi del freddo.
            “Non riusciremo a sopravvivere al freddo di questa notte,” piagnucolava la donna.
            “A meno che non ci sia qualche buonanima che ci offre il suo mantello,” aggiunse il marito.
            A quella battuta, il giovane Martino, un ragazzo molto perspicace, intuì che i due sapevano qualcosa del suo mantello, e che lo volevano raggirare.
            Ad ogni buon conto, quella sera era uscito armato. Sfoderò quindi la spada e la puntò con decisione contro il petto della donna. “Che ne è del mantello che ho donato ieri sera al povero del quale voi avete occupato il posto, qui sulla porta del monastero?”
            “Non sappiamo niente, di poveri e di mantelli,” si provò a dire la donna, ma quando sentì contro la sua carne la punta della spada che Martino spingeva per far capire che non aveva intenzione di scherzare, biascicò: “Il povero, di ieri sera è mio fratello, ma adesso chissà dove è, in giro per i paesi a portare il racconto della tua generosità.”
            Preso atto che non avrebbe potuto recuperare il mantello Martino ebbe la brillante idea di risolvere a suo vantaggio  lo stratagemma che i due avevano pensato per approfittare della sua generosità. Li costrinse a incamminarsi davanti a lui, pungolandoli con la punta della spada, e li portò all’accampamento, denunciandoli come le persone che gli avevano rubato il mantello.
            Era una bugia! Ma a volte anche le bugie servono a far valere la giustizia. Sulla parola di Martino, i due furono condannati per furto a passare sei mesi nelle carceri di Julium Carnicum. Espiarono così la giusta pena per l’intenzione che avevano avuto di farsi passare per indigenti per ottenere il suo mantello. L’intenzione di rubare, è una colpa quanto il furto in sé.
            Avendo così trovato i presunti  ladri del suo mantello Martino non  fu punito, e gli fu lasciato in dotazione il nuovo mantello. Probabilmente lo stesso  che poi riuscirà a dividere in due con la spada e che lo renderà famoso nei secoli a venire. Come si sa, in seguito  Martino, ricevendo il battesimo,  è diventato ufficialmente cristiano. Ha fatto il monaco in Francia ed è stato poi acclamato vescovo di Tours. Anticipando il modo di fare i papa Francesco, anche lui non è andato ad abitare  nell’edificio del Vescovado, ma ha fatto il vescovo, restando a vivere nella sua cella di monaco.
            Ma, per quanto voglia far vita riservata e nascosta, un Vescovo è sempre un vescovo, e trova sempre qualche scrittore, più o meno importante, pronto a raccontare le sue gesta. E’ diventato così famoso  il suo gesto, carico di pathos,  d’aver tagliato il proprio mantello, senza neppure scendere da cavallo, per coprire un poveretto che, tutto infreddolito, gli chiedeva la carità.   Prima d’ora  non aveva trovato ancora nessuno che raccontasse di quando aveva  anticipato il gesto, sulle alpi carniche, quando era soltanto un soldato semplice.
             Seppure in ritardo, sono soddisfatto d’aver potuto metterci  una toppa! Giusto in tempo per celebrare il prossimo anno con questa novità il 1700° anniversario della nascita del santo Martino nella vicina Szombathely.

Tolmezzo, 11 novembre 2015. Omaggio a San Martino.